La guerra oggi si fa economica, ma è stata preceduta dal nostro disarmo. Questa è la vera ragione per cui non cresciamo, le imprese chiudono e i capitali se ne vanno.

di Antonio De Martini

La guerra economica  – forse più crudele di quella guerreggiata – non è mai stata virulenta come in questo periodo.

Clausevitz diceva che la guerra è “un atto violento che mira a costringere l’avversario a piegarsi alla nostra volonta°” .

Karl Marx ci ha abituato all’idea che la violenza può essere  anche economica e sociale.

Guerre “miste” ,violenza militare e economica assieme , se ne sono viste a iosa in Africa e  Amercia latina, per non entrare in dettagli polemici non approfondisco.

La guerra senza uso  diretto e violento di forze militari abbiamo imparato a conoscerla fino ad abituarci: la guerra fredda ne è esempio eclatante. Non sono solo gli stati a fare guerra, ma  anche gruppi etnici, organizzazioni criminali ( ” guerre di mafia“), partiti e ideologie politiche (“guerra ideologica“) ecc.

Dalla fine della guerra fredda, stiamo scoprendo – anche a livello di pubblica opinione –  che le armate deputate a fare la guerra  in questo mondo ipercompetitivo, sono ormai le imprese e che molte di queste sono multinazionali. I capitali sono i cannoni, la filiali estere sono Fort Apache, i fondi sovrani sono i guerriglieri.

Già Carl Von Clausewitz, nel creare il suo abbozzo di scienza della guerra, avverte fin dalle prime pagine  che dovendo far riferimento a una scienza  similare cui rifarsi , non si può che far ricorso al commercio internazionale ( che già all’epoca non si faceva scrupoli, basterà ricordare” la guerra dell’oppio”).

Lo stratega  Edward Luttwark – fin dal 1993 –  su “the International Economy” ( Washington sett-ott ’93) ha scritto un articolo in cui prevedeva lucidamente,  fin dal titolo, cosa sarebbe accaduto ( “The coming global war for Economic Power”). I termini  di marketing mostrano come da anni si andava identificando nel linguaggio militare il lessico  dei manager.

Le  novità  strategiche epocali – quelle tanto banali da non essere notate , un pò come la forza di gravità – sono sostanzialmente due:  la prima è che in questo tipo di guerra  NON ci possono essere alleati. Siamo al tutti contro tutti. Al massimo si può essere alleati di un istante come i leoni che assieme assaltano la preda, ma che appena questa è immobilizzata, inizia la lotta a chi se ne accaparra la parte più grossa. Questa è la ragione per cui , pur di tenere unite le alleanze si aprono le porte chiuse fino a ieri ( NATO che apre ai massimi livelli ai francesi assetati di grandeur; FMI che apre ai Brasiliani o agli indiani; La funzione di chi non ha capito che le alleanze non fungono  più è fondamentale: se si sentono alleati, non aggrediscono e ti aprono le porte. Si sentono importanti perché sono ammessi a palazzo. Quando capiranno sarà tardi.

La seconda differenza – ancora più grande è importante –  è che la distinzione pubblico/privato non opera più, anzi è negativa : gli stati , magari anche ridotti a ruoli di  semplice sostegno, operano  coi loro mezzi per agevolare la penetrazione delle proprie aziende in altre realtà economiche. Chi ha l’appoggio REALE del proprio stato, vince contro chi crede ancora nella libera impresa privata.

I primi a capire e ragionare in termini di strategie globali  sono stati gli anglosasoni e gli USA in particolare. Le ambasciate sono i punti di forza del sistema  economico americano. Aiutano le loro aziende a conoscere i mercati, controbattere  la concorrenza. I servizi segreti scoprono le tangenti altrui ecc.

Wikileaks ha mostrato che molte delle notizie raccolte dai diplomatici e inviate al centro , erano economiche, finanziarie o attenevano a gare internazionali, concessioni petrolifere. Se si creasse una wikileaks italiana, si scoprirebbe che i nostri- salvo singoli –   raccontano amenità e che l’impegno più vicino alla realtà che siamo capaci di fare è scrivere che  ” dobbiamo fare sistema”. Non significa nulla, ma da buona coscienza.

Incredibilmente, il 1989 ci ha trovato – per una volta – preparati( in realtà eravamo indietro di una guerra, ma è un altro discorso).

Avevamo una serie di aziende multinazionali, un sistema pubblico/privato in essere con IRI , ENI , EFIM e TELECOMUNICAZIONI . Certo molte realtà andavano risanate e messe in mano a persone capaci, ma avevamo gli strumenti per la nuova era di  competizione che si stava aprendo.

Nel giro di pochissimi anni, tutto è stato distrutto. Si è salvato l’ ENI perché ci sarebbe venuta  a mancare persino  la benzina e se ne sarebbero accorti tutti. Ma acciaio, alimentari, industria delle armi,  telecomunicazioni, tutto è stato smembrato, “privatizzato” per gli amici  e  il sitema Italia messo in condizione di non costituire un pericolo per gli alleati più  intelligenti.

Adesso siamo ai piedi della croce e ci lamentiamo che l’Italia non cresce. Ma chi le ha tagliato le gambe? Chi ancora blatera di riduzione di stipendi? Chi propone di “fare sistema”? Con cosa? Con chi? Non c’è più nulla.

Qualcuno, prima o poi,  dovrà accorgersene. Qualcuno dovrà pagare.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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