Lula e l’orgoglio operaio

La rivolta popolare e le beghe di corruzione che divorano i politici brasiliani lasciano indenne (per ora) l’ex presidente, che lavora ai suoi piani di resurrezione “Il Brasile vive di scambi di favori e di corruzione . E’ un capitalismo a cui non piace la competizione: in pratica è socialismo per ricchi” Lula sarebbe il favorito a nuove elezioni.

Contro di lui MarinaSilva, sinistra evangelica, creazionista: l’antipolitica in salsa brasiliana di Angela Nocioni Eccolo qui Lula l’eterno, l’inaffondabile. Stanco, invecchiato, imputato in sei processi penali, sopravvissuto alla decapitazione per via giudiziaria del Partido dos Trabalhadores (Pt) da lui fondato nel 1980 e portato al governo nel 2003- la prima volta della sinistra al potere nella storia del Brasile – alza le braccia aperte al cielo di smalto di Brasilia, guarda a filo di telecamera e sorride: “Sono ancora vivo. Pronto per candidarmi alle presidenziali del 2018”. Se non lo arrestano prima. Nel processo in corso a Curitiba in cui è imputato, al momento senza prove mostrate in aula, per l’ipotesi di reato maggiore, corruzione passiva e riciclaggio di denaro, la pubblica accusa ha appena chiesto che, se condannato, sconti la pena in carcere già dalla sentenza di primo grado.

Nonostante ciò l’ultima indagine di Datafolha, principale istituto brasiliano di sondaggi, conferma i risultati delle inchieste sulle intenzioni di voto usciti negli ultimi due mesi: se si votasse domani l’ex presidente Lula da Silva 72 – anni sarebbe il favorito al primo turno con il 30 per cento. Ma non si voterà domani. La grande crisi politica che sta scuotendo il Brasile potrebbe risolversi con elezioni anticipate soltanto dopo una modifica alla Costituzione che richiede una maggioranza qualificata di cui il Pt, in minoranza al Congresso, non dispone. Siamo alla vigilia del secondo impeachment presidenziale in dieci mesi. L’economia è esangue, il prodotto interno lordo è precipitato del 3,7 per cento nell’ultimo anno. I principali contratti di Petrobras, l’impresa brasiliana del petrolio, sono congelati dalle inchieste in corso per corruzione. Il presidente Michel Temer, ultraconservatore di un partito in origine centrista, il Pmdb, rischia la destituzione. Otto diverse richieste d’impeachment sono già state depositate dall’opposizione e dai suoi ormai ex alleati. La Procura generale della Repubblica lo accusa di ostruzione alla giustizia, corruzione e organizzazione criminale. Alcuni passaggi del processo contro Lula sono pezzi da teatro, trasmessi in tv. Ha stracciato il suo grande accusatore Joesley Batista, che ha dichiarato ai giudici di avere a libro paga 1200 dirigenti dei principali partiti, proprietario dell’azienda di export di carne più grande del mondo, la Jsb, di continuare a pagare un lauto mensile all’ex presidente della Camera, Eduardo Cunha, detenuto condannato per corruzione e pedina fondamentale nel complicato processo parlamentare che ha portato nello scorso agosto alla destituzione della presidente della Repubblica Dilma Rousseff, del Pt, erede politica di Lula, destituita perché ritenuta colpevole di una “pedalata fiscale”, ossia di aver aggiustato i conti pubblici con un trucco contabile. Nell’audio si ascolta il re della carne vantarsi col presidente della Repubblica, apparentemente silente, di aver comprato la complicità di un procuratore e di due giudici. Temer avrebbe l’obbligo di denunciare d’aver avuto notizia del reato commesso. La conversazione è stata registrata con un microfono nascosto da Batista che, in cambio della sua collaborazione con gli inquirenti e del pagamento di una multa di 34 milioni di dollari in dieci anni, non sarà denunciato.

11 quotidiano “la Follia de Sao Paulo” ha scritto che la registrazione risulta manipolata in più parti: avrebbe decine di tagli. Il presidente rifiuta di dimettersi. I sondaggi lo davano sotto l’8 per cento di gradimento popolare già prima che scoppiasse lo scandalo. L’impasse potrebbe risolversi per via giudiziaria questa settimana. Per venerdi sera è attesa la sentenza del Tribunale supremo elettorale nel processo in cui è accusato di aver usato fondi neri nelle elezioni del 2014. Poiché i reati sarebbero stati commessi prima delle elezioni, Temer non è coperto da immunità.

Se fino a qualche giorno fa una sua assoluzione avrebbe potuto significare evitare l’apertura di una crisi, ora una sua condanna potrebbe essere invece la scorciatoia giudiziaria a una drammatica situazione di stallo. Roberto Barroso, giudice del Tribunale supremo, fotografa cosi la situazione brasiliana: “Non esiste corruzione del Pt, del Psdb o del Pmdb in questo paese. Qui tutto dipende dallo Stato, dal suo appoggio, dal suo finanziamento. I sottoprodotti di questo sistema sono l’eccesso di burocrazia, lo scambio di favori e la corruzione pura e semplice. Viviamo in un modello di capitalismo al quale non piace né il rischio né la competizione. Questo non è capitalismo, questo è socialismo per ricchi“. Lula è a Brasilia per cercare una via d’uscita politica alla crisi. Tratta con l’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, il suo avversario di sempre, padre storico del Psdb, la destra liberale brasiliana, un accordo trasversale su una persona da far eleggere tramite elezioni indirette, previste dalla Costituzione.

Anche il Psdb è terremotato dagli scandali. Il suo presidente ed ex avversario di Dilma Rousseffalle elezioni, Aécio Neves, è stato registrato da Batista nell’aprile scorso mentre gli chiedeva due milioni di reais, 620mila dollari, “per pagare le spese legali”.

Il file audio è stato diffuso in questi giorni. Neves si è dimesso dalla presidenza del partito ed è stato estromesso dal Senato. Se Temer, in cambio di alcune garanzie, accettasse in tempi brevi di farsi da parte, il presidente chiamato a governare fino alla fine del 2018 sarebbe eletto dai parlamentari. Manca, per ora, l’accordo sul nome. Per Lula si tratta quindi di riuscire a gestire la transizione per prepararsi poi a riconquistare il Planalto nel 2018, riuscendo a rimanere nel frattempo a piede libero.

II clima sociale e politico è tesissimo. Ad aprile c’è stato il più grande sciopero generale degli ultimi venti anni. II Primo maggio cortei di protesta gonfi di gente hanno riempito le strade delle principali città. II conflitto per l’occupazione dei latifondi abbandonati si è fatto più violento: venti morti negli ultimi quaranta giorni. Nell’ultima settimana manifestazioni a San Paolo, a Rio, e a Brasilia hanno chiesto “elezioni dirette subito”. Sui muri è comparsa la scritta “Direitas ja”, slogan dei tempi della resistenza studentesca alla dittatura negli anni Ottanta.

La sera del 25 maggio, mentre l’esercito allertato per reprimere i riot di protesta che due giorni prima avevano arso il centro di Brasilia si ritirava per contrordine presidenziale, un filo di fumo nero si alzava ancora dalle barricate bruciate di computer e scrivanie accatastati al piano terra del Ministero dell’Agricoltura.

La hall sfondata, l’auditorium carbonizzato, gli arredi mangiati dal fuoco, l’odore acre dei gas lacrimogeni impregnato nei muri. I] riot al grido “Fora todos eles!”, “Andatevene tutti!”, che ha preso d’assalto la spianata dei ministeri nella capitale brasiliana, visto dal punto di vista militare degli assaltanti, è stato un gran successo. Sette ministeri evacuati perché le guardie di sicurezza non sono riuscite a fermare gruppi di incappucciati mentre sfondavano i portoni d’ingresso, i primi piani di tre edifici pubblici carbonizzati, gli elicotteri militari atterrati nel grande giardino all’inglese di fronte al Congresso nazionale. Una cinquantina di feriti, qualche decina di arresti.

La polizia federale ha sparato ad altezza d’uomo. Pallottole vere, di piombo” racconta José Luiz Andrade, 23 anni, ex lulista deluso, rimasto intrappolato negli scontri alla fine del corteo. Si tratta delle stesse pallottole di piombo che la polizia spara quotidianamente quando entra per normali azioni di ordine pubblico nelle favelas. Solo che quel giorno l’azione di ordine pubblico era tra il cemento bianco dei ministeri, a un passo dalla piazza dei Tre poteri, la piazza politica per antonomasia del Brasile, l’enorme spazio vuoto bellissimo e sospeso sull’altopiano in cui si stagliano i simboli del potere politico disegnati dalla mano di Oscar Niemeyer.

Anche la legge usata per tener pronto l’esercito a intervenire in strada è la stessa usata quotidianamente per azioni di ordine pubblico nelle favelas. La firmò l’ex presidente Dilma Rousseffnel 2014. Serviva a garantire la sicurezza durante i Mondiali di calcio e poi nelle Olimpiadi di Rio de Janeiro. In alcune favelas carioca, quella gigantesca della Maré per esempio (150mila abitanti), cresciuta ai lati dell’autostrada in uscita dall’aeroporto internazionale di Rio, l’esercito è entrato allora e sta ancorali. Non se ne è mai andato.

I riot di Brasilia, a cui hanno partecipato migliaia di persone, sono avvenuti alla fine di una manifestazione contro Temer. Al corteo convocato da tempo contro la impopolarissima legge, in via di approvazione al Senato, che allunga i tempi per andare in pensione e rende più precario il lavoro, si è sommata la protesta per il sistema di corruzione delle imprese ai principali partiti politici al centro dell’ultimo scandalo giudiziario.

I partecipanti ai riot, in gran parte teenager (il 25 per cento dei brasiliani ha meno di 15 anni) dicono di non voler essere sottoposti a manovre lacrime e sangue “votate da un Parlamento di ladri”. Dicono anche di rifiutare d’essere governati da “un gruppo di settantenni”. Sono convocati in strada da gruppi nati in rete come Vem pra Rua (vieni in strada), Brasil livre (Brasile libero) o Revoltados online (Ribelli online).

Sono gli stessi che nel 2013, governo Pt, scrivevano sui muri “corruPTos”, protestavano contro i soldi spesi per i Mondiali di calcio e chiedevano servizi sociali a “livello Fifa”. Gli stessi che gridavano “Fora Dilma!” e organizzavano via social network cortei per chiedere l’impeachment della presidente, ora gridano “Fora Temer!” e “Fora todos eles”.

In strada a fianco a loro c’è buona parte della ex base sociale della sinistra storica brasiliana, la nuova classe sociale creata dal primo decennio del primo governo di sinistra nella storia del Brasile. Soprattutto lavoratori statali, massacrati dalla crisi. Gente illusa e poi delusa dal boom economico dei due governi Lula (2003-2010) quando il Brasile sorprendeva il mondo con un miracolo di crescita dei consumi, disoccupazione vicina allo 0 per cento e ridistribuzione di denaro ai poveri senza tassare i ricchi.

Quel boom è svanito. La cintura industriale di San Paolo, la gigantesca fabbrica di operai in cui è nato politicamente Lula, è da anni in fase di deindustrializzazione. Una parte di quelli che si erano illusi d’essere diventati classe media e ora si ritrovano indebitati fino al collo sono furiosi.

I delusi dal miracolo lulista non vogliono credere che l’epoca delle vacche grasse sia finita. Sono incattiviti dall’attesa vana di una svolta che non arriva. Si sono gonfiati di debiti convinti dai micro crediti che il boom fosse eterno. Non vogliono comprensibilmente credere che quel miracolo fosse retto da una incredibile congiuntura fatta di prezzi altissimi nel mercato internazionale dell’agro business combinata a una politica di ridistribuzione che non ha più i soldi per tenersi in piedi, né una leadership politica in grado di procurarseli.

Odiano il Psdb di Cardoso come il Pt di Lula. Sono la riserva di voti della sinistra alternativa, la non piccola base elettorale di Marina Silva, l’icona ecologista che entrò nel primo governo del Pt per poi uscirne da sinistra.

Una sinistra sui generis, evangelica, creazionista. Lula la snobba. “Lei è l’antipolitica e l’antipolitica non governerà mai il Brasile” dice. Ma i sondaggi avvisano: Marina Silva sarebbe la più insidiosa avversaria per lui al ballottaggio nel 2018. Per tentare di comprendere la fiducia di Lula nella sua capacità di resurrezione politica, nonostante gli scandali giudiziari, bisogna seguirlo nei bagni di folla in provincia, nel Brasile profondo, osservare la quantità di persone che si accalcano lungo le strade soltanto per toccarlo, per vederlo da vicino.

Piangono emozionate prima ancora che apra bocca. “Gli altri politici, i figli di papà, si ricordano di queste terre solo quando devono venire a riposarsi il fine settimana” grida lui. Oppure: “La povera gente prima che il Pt andasse al governo mangiava solo pollo, mai i poveri erano saliti su un aereo prima del nostro governo”. Boati, risate, lacrime. Gli gridano: “Lula te amo”.

Il delirio emotivo che suscita quest’uomo nelle zone più povere del Brasile sembra un fenomeno di religiosità popolare. Invece è l’eredità del suo capitale politico, conservata integra sette anni dopo la sua uscita dal Planalto. Intatta sembra anche l’aurea di cui gode, quella di uno dei sette figli di una famiglia in miseria del Pernambuco, emigrato a sette anni nella periferia di San Paolo, venditore ambulante, lavapiatti. A 14 anni operaio in fabbrica, il dito di una mano lasciato dentro un tornio. A 19 l’iscrizione al sindacato, gli scioperi, l’arresto durante la dittatura, la nascita del Pt.

Lula è sempre quello che, agli inizi della sua carriera politica, incalzato in un dibattito televisivo dalla domanda: “Ma alla fine chi è lei? E’ comunista, è socialista, che cos’è lei?” seppe rispondere: “Sono un tornitore meccanico”. Il suo talento da araba fenice s’è visto il 10 maggio a Curitiba, al primo pubblico confronto con il suo principale accusatore, il giudice di prima istanza Sergio Moro.

In quel processo Lula è accusato di aver ricevuto come tangente un appartamento in una localilà balneare a 60 chilometri da San Paolo dalla società di costruzioni Oas, in cambio di favori. Lui nega di aver mai comprato quell’appartamento, dice che sua moglie era interessata a farlo, ma che l’affare non si è mai concluso.

Curitiba, una città ricca, pettinata, ordinata, un angolo di Svizzera nel sud del Brasile, quel giorno era presidiata da tremila agenti in tenuta antisommossa. La difesa di Lula ha ottenuto, dopo lungo braccio di ferro con l’accusa, la trasmissione del video dell’interrogatorio. Lula ha tolto la parola ai suoi difensori, ha stracciato dialetticamente il suo grande accusatore. L’ha più volte incalzato con la frase: “Una prova, signor Moro, mi presenti almeno una prova!” e l’ha fatto di fronte a un pubblico di milioni di persone.

Ha trasformato le cinque ore e dieci minuti di interrogatorio in un comizio in difesa del suo governo, in una requisitoria contro le accuse con cui varie procure lo inseguono dal 2005, da due anni dopo la sua prima vittoria alle presidenziali “senza che una sola prova concreta sia mai apparsa in tribunale”.

Alcuni passaggi dell’interrogatorio sono pezzi da teatro. Per esempio quello in cui il giudice Moro tira fuori un foglio e dice: “Qui ho un documento che parla dell’appartamento…”. Lula: “E’ firmato da chi?”. Moro: “Mmm, lo spazio della firma è in bianco”. Lula: “Quindi lo può rimettere a posto, per gentilezza”

di Nocioni Angela

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