L’utente chiamato non è più alla casa Bianca, riprovare più tardi. Grazie. Il giglio trema per la crisi Qatarina.

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Pare che molte telefonate siano partite dal capoluogo toscano verso gli USA per mediare la crisi diplomatica Qatarina ma l’utente chiamato non è risultato raggiungibile causa fine mandato.

 

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Chissà perchè il quartier generale di Matteo Renzi a Firenze è dentro un albergo di un fondo di Doha?

Chissà perchè lo stesso fondo si è poi tirato indietro dopo il referendum dal salvataggio di Montepaschi?

Promesse non più mantenibili.

Chiamatela, se volete, Qatar connection. Un’attrazione fatale, scandita da coincidenze che si fatica a considerare casuali. Sta di fatto che Matteo Renzi, il suo percorso di statista, di uomo politico, di privato cittadino, negli ultimi mesi ha incrociato con grande frequenza la rotta del ricchissimo emirato, una monarchia assoluta governata dalla dinastia Al Thani.

Banche, alberghi, armi, navi da guerra, compagnie aeree, sport, cultura: da mesi l’Italia è il fronte più avanzato dell’offensiva lanciata dal Qatar.Un’offensiva a suon di affari e pubbliche relazioni annaffiata da abbondanti dosi di denaro. Miliardi di euro che, come sempre accade, aprono molte porte, spalancano l’ingresso di palazzi altrimenti inaccessibili. E Renzi, in un modo o nell’altro, si trova al centro di questa ragnatela, tra politica, alta finanza e diplomazia. Lo raccontano le cronache. Lo confermano i dettagli di alcune operazioni che collegati tra loro formano una trama che porta dritta nella penisola arabica.

Cominciamo dalla fine. Da un viaggio lampo segnalato dal sito Dagospia. Il 19 gennaio, l’ex presidente del Consiglio è sbarcato in Qatar per poi rientrare in Italia dopo poche ore. Non si conoscono i motivi della trasferta, che non è mai stata smentita dal diretto interessato. A questo proposito, nei palazzi romani si sprecano congetture e pettegolezzi, ma senza avventurarsi in ipotesi azzardate va ricordato che solo pochi mesi fa Renzi fu lo sponsor più autorevole dell’intervento dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani per salvare dal crack il Monte dei Paschi di Siena.

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Il sovrano del piccolo Stato arabo, 2,6 milioni abitanti su una superficie di poco superiore a quella dell’Abruzzo, controlla un fondo d’investimento capace di muovere decine di miliardi di euro. E in Europa, anche attraverso altre holding o società personali delle più importanti famiglie locali, l’emirato con capitale Doha possiede già quote rilevanti di colossi bancari come Deutsche Bank (10 per cento) e Credit Suisse (17 per cento).

Per Mps si ipotizzava un investimento di un miliardo. Poca cosa, vista e considerata la dotazione finanziaria del Qia, una sigla che sta Qatar Investment Authority(strana l’analogia con il tentativo di salvataggio di Banca Etruria da parte di Flavio Carboni …). Così, tra ottobre e novembre dell’anno scorso, sui giornali rimbalzarono a lungo le indiscrezioni sull’imminente entrata in scena degli arabi nell’inedito ruolo di salvatori del Monte. L’arrivano i nostri, però, è rimasto ben chiuso nel libro dei sogni. A dicembre nessuno ha più evocato il fantasma dell’emiro e adesso, per coprire i buchi nel bilancio di Siena, sarà necessario l’intervento pubblico, sempre che Bruxelles dia via libera agli aiuti di Stato.

«Avevamo creato le condizioni per un investimento estero importante – il fondo del Qatar che ha detto no il giorno dopo il referendum per l’instabilità politica». Nell’intervista a la Repubblica pubblicata lo scorso 15 gennaio, l’ex premier ha ricostruito in questi termini la vicenda Mps. E allo stesso tempo ha rivendicato in modo esplicito il suo ruolo nel vagheggiato affare con l’emiro. Un affare che per giorni e giorni si è gonfiato come un soufflé per effetto dei boatos provenienti dai palazzi romani. Per poi sparire improvvisamente dai radar una volta passata la boa del referendum. Nel frattempo, però, da Doha non è mai arrivato un solo cenno di conferma dell’interesse dell’emiro per Mps. E, ovviamente, non è stato spiegato neppure il dietro front.

 

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A giochi fatti, Renzi se l’è presa con «l’instabilità politica» seguita alla sconfitta (la sua) nel referendum. Una versione di parte, che non pare sorretta da dati di fatto. A differenza da quanto paventato da alcuni, la vittoria del No al referendum non ha innescato nessuna catastrofe economica. Vien quindi da pensare che l’offerta sia stata ritirata per altri motivi, magari legati ai conti disastrati del Monte dei Paschi. Oppure, più semplicemente, la soluzione targata Qatar non era altro che un’ipotesi, una cornice ancora tutta da riempire di fatti concreti.

D’altra parte non pare proprio che di recente l’emiro Tamim al-Thani, 36 anni, sul trono dal 2013 dopo l’abdicazione del padre Hamad al-Thani, si sia fatto granché impressionare dal precario stato di salute dell’economia italiana. E lo stesso Renzi si trova in una posizione privilegiata per confermare la passione dei sovrani del Qatar per il Belpaese. Dall’inizio dell’anno, infatti, l’ex premier ha più volte ricevuto amici e interlocutori politici in un ufficio ricavato all’interno dell’hotel Four Seasons di Firenze, un cinque stelle lusso che quattro anni fa è stato comprato proprio dalla famiglia al-Thani.

Il Qatar, che ha accumulato una fortuna colossale grazie al petrolio e soprattutto al gas, è partito in ritardo rispetto ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi, ma in questi ultimi anni la dinastia degli al-Thani si è mossa a gran velocità alla ricerca di nuove occasioni d’affari in Europa. Tentando allo stesso tempo di accreditarsi come un Paese solido e affidabile. L’organizzazione dei mondiali di calcio del 2022, ottenuta dopo una gara su cui gravano forti sospetti di corruzione, rientra in questa strategia.

Da parte loro, prima la Gran Bretagna e poi la Francia hanno aperto la porta agli investimenti miliardari del Qatar, in qualche caso indispensabili per puntellare grandi imprese sull’orlo del crack. Esemplare il caso di Barclays, il colosso britannico del credito salvato nel 2008 dal fallimento grazie ai soldi di Doha. Buon’ultima è arrivata l’Italia. Per cominciare, nel 2012 il fondo Qia ha rilevato Valentino, simbolo della moda Made in Italy. E a novembre di quello stesso anno, con Mario Monti capo di governo, la Cassa Depositi e Prestiti a controllo pubblico si è alleata con la Qatar investment authority per realizzare investimenti comuni. Finora però l’unica operazione portata a termine è stata l’acquisizione del 28 per cento del produttore di carne Inalca, controllato dal gruppo Cremonini.

Il bello doveva ancora venire. Negli anni del governo Renzi gli investimenti del Qatar si sono moltiplicati e l’emirato ha trovato la sponda di Roma anche su altre partite in campo internazionale. In palio questa volta c’è la presidenza dell’Unesco, l’istituzione Onu per l’educazione, la scienza e la cultura. Per il Paese arabo è una questione di prestigio nazionale e in prima fila per promuoverne la candidatura alla guida Unesco c’è Mozah bint Nasser, seconda delle tre mogli dell’emiro padre a cui ha dato sette figli, tra cui il sovrano in carica.

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L’affascinante Mozah, considerata una delle donne più eleganti del mondo, impegnatissima in campo umanitario, a giugno dell’anno scorso è stata ricevuta a Palazzo Chigi da Renzi. Tre mesi dopo è sbarcato a Roma Hamad al Kawary, candidato del Qatar alla poltrona di numero uno dell’Unesco. L’ospite arabo, in quell’occasione, ha ricevuto una laurea honoris causa dall’università di Tor Vergata. La stessa che alcune settimane prima aveva trovato un nuovo partner per sviluppare comuni progetti di ricerca. Un partner arabo: la Qatar university.

 

 

di Vittorio Malagutti

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