The Economist: l’italia non è un paese democratico

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Nel corso del 2016 i trasferimenti di residenza interni hanno coinvolto più di 1 milione e 330 mila persone (circa 46 mila in più rispetto al 2015), in linea con i dati del biennio precedente dopo il calo registrato nel 2015. Seguendo un modello migratorio ormai consolidato, gli spostamenti di popolazione avvengono prevalentemente dalle regioni del Mezzogiorno a quelle del Nord e del Centro.

Il tasso migratorio interno oscilla tra il -4,0 per mille della Basilicata e il 2,2 per mille della provincia autonoma di Bolzano. Tutte le regioni del Sud e delle Isole presentano valori negativi, alle quali si aggiungono valori lievemente negativi anche di Marche, Umbria e Valle d’Aosta. E’ quanto si legge nel Bilancio demografico nazionale dell’Istat.

Le migrazioni interne sono dovute anche ai movimenti degli stranieri residenti nel nostro Paese che, rispetto agli italiani, presentano una maggior propensione alla mobilità ma seguono una direttrice simile. Anche se rappresentano l’8,3% della popolazione essi contribuiscono al movimento interno per circa il 17%.

QUESTO DATO CI CONSENTE DI ATTESTARE DUE ORDINI DI CONSIDERAZIONI:

LA PRIMA –  è che sicuramente la crisi economica e le politiche di austerità imposte dall’Europa all’Italia, nonché la consistente perdita del potere d’acquisto sempre crescente dal momento dell’entrata in vigore della moneta unica, continuano a sollecitare spostamenti e sradicamenti interni dei cosiddetti migranti economici.

I migranti economici interni, sono italiani e stranieri che cercano di trovare delle condizioni di vita dignitose in comuni dove il costo della vita non sia sproporzionato rispetto al reddito e che vengano forniti i servizi minimi di assistenza alla persona.

Non a caso le maggiori città che stanno incassando flussi migratori più elevati sono quelle del nord Italia, con Trento e Bolzano in testa.

Le politiche assistenziali offerte da questi ultimi comuni rappresentano un forte incentivo per l’insediamento delle famiglie.

Ci chiediamo tuttavia come questo sia possibile, ovvero che solo alcune città del nord riescono ad offrire degli standard dignitosi mentre tutto il resto dell’Italia è inferiore alla media.

LA SECONDA – è che per comprendere a fondo il fenomeno bisogna prendere in considerazione i seguenti dati per certi versi agghiaccianti:

La Spesa Pubblica in Italia rispetto al PIL ci vede ai primi posti nel mondo, e precisamente al 6° come nazione più spendacciona, la prima è la Finlandia, seconda la Francia, i paesi civili come Canada Norvegia e USA sono intorno alla posizione n° 30, circa 25 posizioni di differenza

QUESTO SIGNIFICA CHE SIAMO UNA DELLE NAZIONI CHE SPENDONO PIU’ SOLDI PUBBLICI AL MONDO, MA NON RITORNANO IN SERVIZI AL CITTADINO, QUINDI CHE FINE FANNO?

Dal punto di vista delle entrate fiscali, l’Italia è al 5° posto nel mondo. Tartassiamo talmente tanto i cittadini che riscuotiamo più tasse della Svezia 7°, Norvegia 8° o addirittura Giappone 26°, pur essendo lontani anni luce dal sistema di welfare che sono riusciti a costruire questi Paesi.

IL DATO PIU’ AGGHIACCIANTE SECONDO THE ECONOMIST, E’ CHE L’ITALIA NON E’ UNA NAZIONE DEMOCRATICA, IN QUANTO NELLA CLASSIFICA DELLE 20 POSIZIONI DEI PAESI PIU’ DEMOCRATICI AL MONDO, L’ITALIA E’ PRATICAMENTE ASSENTE

IL PAESE PIU’ DEMOCRATICO AL MONDO E’ LA NORVEGIA AL 1° POSTO SEGUITA DALLA SVIZZERA, SVEZIA, FINLANDIA, DANIMARCA, PAESI BASSI, GERMANIA, NUOVA ZELANDA, IRLANDA.

INSOMMA L’ITALIA SPENDE PIU’ DELLE NAZIONI DEMOCRATICHE MA NON RIESCE AD ESSERLO.

MAVERICK F.A.

Fonte: The Economist – Pocket World in figures 2017 Edition

 

 

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