Archiviata la Globalizzazione ora la guerra è economica

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In tutto il mondo la globalizzazione batte in ritirata a favore del protezionismo e del nazionalismo economico. Al punto che in Cina si arriva al paradosso di un presidente, Xi Jinping, che si erge a protettore della globalizzazione mentre allo stesso tempo mette i bastoni tra le ruote a gruppi che puntano a espandersi all’estero, come Hna, primo azionista di Deutsche Bank con una quota del 10%, o Suning che ha comprato l’Inter.

Un comportamento che può stupire solo chi non conosce la genesi del capitalismo cinese. A Pechino il vero potere risiede nelle mani dell’élite politico-militare cresciuta nel Partito Comunista, non dei grandi imprenditori. I magnati vengono accettati e sostenuti se proiettano e amplificano la volontà dell’élite, non quando trasferiscono i loro capitali all’estero e giocano la loro partita da soli.

Per dirla in modo chiaro: Jeff Bezos può andare alla Casa Bianca e al Congresso a battere i pugni sul tavolo e comunque sviluppare come vuole le sue strategie all’estero. Jack Ma non può fare altrettanto a Pechino. Deve stare anzi attentissimo che ogni sua mossa non si metta in contrasto con gli obiettivi dell’élite politico-militare.

La resurrezione del protezionismo non nasce certo con l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca. Il magnate newyorchese si è limitato a dire che il re è nudo e a descrivere le cose come stanno, gettando alle ortiche l’ormai uggiosa narrativa della globalizzazione felice.

Già nel lontano 1990 Edward Luttwak avvertiva che le nuove guerre non sarebbero più state combattute da soldati in divisa ma da dirigenti e funzionari pubblici o privati in giacca e cravatta.

L’obiettivo sarebbe stato quello di conquistare l’egemonia in settori dell’economia di altri Paesi.

La vera guerra, insomma, non si sarebbe più fatta sui campi di battaglia ma negli asettici quartier generali delle grandi aziende e sui mercati finanziari. Come osserva l’economista Antonio Maria Rinaldi, le guerre economiche si conducono e si vincono

«non più tanto appropriandosi in modo fraudolento di brevetti o know how aziendali, come sempre avvenuto in passato, ma minando dall’interno le economie stesse per renderle più vulnerabili e dipendenti dall’esterno».

Se questo è vero, allora è inevitabile il ricorso al protezionismo per difendere la vera indipendenza di uno Stato. Non per niente il presidente francese Emmanuel Macron, salutato da molti sprovveduti come un campione della globalizzazione e del libero mercato, nel Consiglio europeo dello scorso 23 giugno, il primo a cui ha partecipato, ha subito chiesto, per ora invano, di proteggere dalle acquisizioni cinesi industrie considerate strategiche dall’Ue. «Siamo di fronte al disordine della globalizzazione e alle sue conseguenze nei nostri Paesi», aveva detto per perorare la causa, aggiungendo di essere «a favore del libero commercio ma contro l’ingenuità».

Pochi giorni dopo la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva aperto alla proposta Macron, osservando che «da Pechino, l’Europa sembra più una penisola asiatica. Ovviamente, noi abbiamo un punto di vista diverso».

Negli Stati Uniti non c’è stato bisogno dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca per contrastare le mire espansionistiche cinesi.

Tanto per fare un esempio, nel 2015 e nel 2016 Washington ha bloccato diverse offerte di Tsinghua Unigroup per l’acquisto di aziende statunitensi produttrici di microchip. La reazione di Unigroup è stata quella di costruire propri impianti di produzione in Cina. Un cambiamento epocale, visto che quasi il 90% dei chip utilizzati nel colosso asiatico sono importati o prodotti sì localmente, ma in fabbriche di proprietà straniera. «Non possiamo dipendere dai chip stranieri», ha proclamato il vice premier cinese Ma Kai, mentre il consigliere della Casa Bianca per il commercio, Peter Navarro, ha detto di temere che Pechino invada il mercato americano con prodotti a bassissimo costo mandando in bancarotta le imprese a stelle e strisce. Perfino nel settore dei chip, da sempre simbolo della globalizzazione, c’è quindi il rischio di un ritorno all’autarchia.

Delocalizzando, le multinazionali occidentali hanno permesso alla Cina di entrare in contatto con tecnologie avanzate.

Questo ha consentito a Pechino di crescere in maniera esponenziale fino a consentirgli di sfidare l’egemonia di Washington.

Altro che pace perpetua grazie ai commerci: si è ottenuto il risultato opposto. Tornando al punto di partenza, Macron ha preferito nazionalizzare i cantieri di Saint-Nazaire piuttosto che lasciarli all’italiana Fincantieri.

 

 

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