Mosca e Caracas insieme per sviluppare 3 giacimenti in Venezuela

Mosca e Caracas insieme per sviluppare 3 giacimenti in Venezuela

La russa Rosneft insieme all’azienda di Stato venezuelana hanno preparato uno studio di fattibilità.

Il gigante energetico russo Rosneft e la società di Stato venezuelana di petrolio e gas naturale PDVSA hanno preparato uno studio di fattibilità per un progetto di sviluppo di tre giacimenti di gas in Venezuela e possono richiedere licenze.

Lo ha dichiarato Rosneft in una nota.

“All’inizio di luglio del 2017 — si legge — è stato completato uno studio di fattibilità per lo sviluppo e l’allestimento di campi offshore in Venezuela (Patao, Mejillones e Rio Caribe). Il lavoro è stato eseguito in linea con l’accordo firmato tra Rosneft e PDVSA”.

Paolo Guzzanti  nell’analisi pubblicata su “Il Giornale” sostiene che Trump non sia ancora stato in grado di riprendere il controllo degli agenti americani a Cuba. Falso.

Negli USA lo Spoil System è molto efficiente e rapido, dato che trattasi di prassi consolidata anche in materia di rappresentanze diplomatiche.

I mesi a disposizione del neo presidente Trump sono stati più che sufficienti per rimpiazzare gli uomini di Obama che stavano provvedendo a favorire l’insedimento a Cuba degli imprenditori amici di quest’ultimo.

La prova che questo sia avvenuto la troviamo proprio negli accordi per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi con la Russia. Chi conosce bene la situazione, è consapevole che l’estrazione di petrolio in Venezuela è modesta a causa della problematica relativa alle infrastrutture, infatti non esistono reti di trasporti in grado di sostenere con costanza ingenti quantitativi e tantomeno porti in grado di ospitare petroliere da essere rifornite per l’export.

Quindi la notizia degli accordi energetici Russia – Venezuela hanno un altro significato politico.

In particolare, Trump al fine di assicurarsi una corretta opera di derattizzazione degli uomini di Obama avrebbe passato il testimone ai Russi che in cambio di tali accordi avrebbero provveduto a riprendere il controllo della vecchia rete operativa su Cuba, sempre presente.

I due paesi sono sempre molto legati, basti ricordare che fino agli anni ’90 a Cuba era ancora obbligatorio nelle scuole pubbliche l’insegnamento della lingua Russa e basti ricordare che Obama venne accolto negativamente da Raul Castro che si rifiutò di mostrarsi in pubblica piazza come “amico di Obama” realizzando lo storico gesto di rifiuto dell’apposizione della mano sulla spalla che nel gergo politico avrebbe significato la sottomissione Cubana agli USA.

La Repubblica Federale Russa nel 2013 aveva condonato a Cuba un debito accumulato pari a 35,2 miliardi di dollari in cambio di sinergie nel settore dell’estrazione di gas e petrolio cubano.

Ecco perchè Obama si affrettò a compiere il miserevole viaggio di propaganda e si affrettò ad inviare le sue spie al fine di destabilizzare i rapporti che in effetti hanno subito un temporaneo “congelamento”. Ma la musica è cambiata.

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Paolo Guzzanti su “Il Giornale” dell’8 agosto 2017

“Il Presidente Donald Trump ha da poco rigettato gli accordi Castro-Obama-Bergoglio ma per ora sono soltanto innocue dichiarazioni: il presidente americano, soffocato dai problemi interni e dalla situazione coreana non ha ancora dato segnali attivi di inversione nella politica cubana e venezuelana. Ci vorrà tempo, ma è proprio ciò su cui contano Maduro e Castro: il tempo gioca a loro favore e a favore dei narcos.

Se sei un cittadino venezuelano e vuoi il passaporto, devi fare i conti con i servizi segreti cubani: è all’Avana e non a Caracas che si decide se un venezuelano può o non può andare all’estero e in quali Paesi.

Cuba domina il Venezuela fin dai tempi di Fidel Castro che trattava Hugo Chavez come un suo luogotenente, esattamente come aveva fatto nei primi anni Settanta nel Cile di Salvador Allende, presidente minoritario sostenuto da sindacati armati che morì per il colpo di Stato favorito dalla Cia e guidato da Augusto Pinochet. Allende mori sparando con il mitra dalle iniziali d’oro che gli aveva regalato Fidel Castro.

Allora gli americani si coprivano anche di infamia, pur di non cedere al comunismo cubano e sovietico. Oggi tutto è cambiato e si vede che dietro Raul Castro si muovono proprio gli agenti americani insediati da Barak Obama.

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Se ai tempi della guerra fredda gli Stati Uniti sostenevano tutte le dittature anticomuniste latino-americane, comprese le più indecenti, oggi gli uomini di Obama e decine di agenzie di contractors (mercenari) sostengono a mano armata i narco-comunisti. La Cuba di Fidel Castro aveva già avuto negli anni Ottanta i suoi problemi a causa della spavalda gestione del narcotraffico e fu costretto a chiudere quel capitolo scandaloso fucilando il suo eroe, il generale Arnaldo Ochoa Sanchez, lo Scipione Africano di Cuba, uomo adorato dalle folle e temuto stratega in Etiopia, Como d’Africa, Mozambico e Angola, dove Castro muoveva a piacimento le sue divisioni protette da Mosca.

Ochoa acconsentì ad autoaccusarsi davanti al tribunale del popolo per salvare la pelle dei familiari e mori gridando «Viva Cuba, viva Fidel!» davanti al plotone d’esecuzione in una livida alba piovosa nell’aeroporto dell’Avana, rifiutando la benda e conservando le spalline. Così Fidel Castro aveva messo una toppa all’accusa di aver trasformato lo Stato socialista della canna da zucchero in Stato socialista della cocaina.

Era ormai venuto meno il «fraterno aiuto economico» dell’Unione Sovietica e fu varata una nuova strategia sotto il controllo dei democratici americani e di Obama: la pace tra le Farc – il cartello della droga colombiano per anni in armi contro lo Stato – e il governo di Bogotá che ha fatto pendant con lo scioccante trattato fra Barak Obama, il papa argentino Mario Bergoglio e il cubano Raoul Castro. Il trattato che ha trasformato l’isola caraibica in uno Stato di polizia aperto alle agenzie immobiliari e turistiche per miliardari amencani, ridisegnando la geografia del potere.

Cuba grazie al nuovo equilibrio vince su tutti i fronti, incassa miliardi americani con il turismo, mantiene in galera centinaia di intellettuali fra cui molti giornalisti per i quali nessuno muove un dito e si vede riconosciuta come «zona d’influenza» Venezuela e parte della Colombia.

Ecco perché ieri Hugo Chavez e oggi Nicolàs Maduro si muovono in Venezuela come proconsoli cubani, mentre all’Avana si prendono le decisioni che contano sull’ordine pubblico a Caracas, le carriere militari, la diplomazia e l’emissione dei visti. Poco importa che ieri le Procure nazionali di Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile e Perù abbiano sottoscritto una dichiarazione in cui respingono la destituzione della loro collega venezuelana, Luisa Ortega Diaz, definendola illegale: è all’Avana che si studiano e si attuano in queste ore le contromisure contro i focolai di insurrezione anti Maduro con la complicità dei mercenari americani mandati da Obama.”

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La Repubblica Federale Russa da tempo aveva cercato di riabilitare la vecchia influenza su Cuba cercando intese specialmente nel settore energetico. Ecco perchè Obama si affrettò a compiere il miserevole viaggio di propaganda.

«La Duma, il ramo basso del Parlamento russo, ha ratificato un accordo tra Russia e Cuba per l’annullamento del 90% del debito dell’Avana verso l’Urss, pari a 35,2 miliardi di dollari. Saranno rimborsati solo 3,5 miliardi di dollari circa, che però Mosca reinvestirà nell’economia cubana. L’intesa era stata siglata lo scorso ottobre dal premier russo Dmitri Medvedev durante una visita a Cuba. In questo modo la Russia rinsalda i legami con il suo vecchio alleato storico durante la guerra fredda» (1)

Secondo l’Agenzia Reuters, l’accordo finale – dopo un’intesa preliminare già firmata in occasione della visita del premier russo Medvedev a L’Avana nel febbraio 2013 – è stato siglato a Mosca, a ottobre 2013, nel corso di un incontro tra il primo ministro russo Medvedev e il leader cubano Raoul Castro: incontro nel quale si sono discussi i rapporti economici tra i due Paesi nell’ottica di aumentare le loro già consistenti relazioni commerciali, il cui attuale interscambio si aggira sulla considerevole cifra di 200 milioni di dollari, tutti a favore delle esportazioni russe. Nel corso dell’incontro precedente, svoltosi a Cuba, era anche stato peraltro concordato l’affitto a L’Avana di 8 aviogetti (del valore di 650 mln di dollari), 3 Iljushin II-96-400 a lungo raggio, 3 An-158 regionali e 2 Tu-204Sm a medio raggio.

Secondo l’Agenzia Reuters – che cita «diplomatici russi ed europei» – lo “storico” accordo mette fine ad una controversia ventennale e apre la strada a nuovi investimenti e rapporti commerciali tra i due Paesi. Le banche russe che finanzieranno l’accordo riceveranno garanzie sovrane dal governo.

Reuters rivela anche più nei dettagli la notizia secondo cui la decisione appena “ratificata” di cancellare unilateralmente il 90% dello storico colossale debito contratto da Cuba nei confronti della Russia (e in scadenza a fine 2013 e francamente considerabile ormai poco o difficilmente esigibile per intero), comporta per la Russia la rinuncia a qualcosa come oltre 35 miliardi di dollari; il restante 10% (circa 3,5 miliardi di dollari circa) dovrà invece essere rimborsato in 10 anni, per un ammontare annuo di circa 320 milioni (già un enorme sforzo per l’economia dell’isola), che – pare – Mosca intenda reinvestire nella stessa economia cubana (2).

L’ingente debito cubano – risalente ai tempi dell’Unione Sovietica, quando il regime di Fidel, per evitare la bancarotta, prese a prestito un’enorme quantità di denaro dal governo russo di allora – è tra i più alti tra quelli contratti dagli ex alleati di Mosca (3) ed è stato per anni al centro di una annosa e controversa questione: Mosca sosteneva che il denaro era “dovuto” dai tempi dell’Unione Sovietica, Cuba sosteneva che Mosca avrebbe dovuto compensare Cuba per aver rotto le relazioni economiche bilaterali nel 1990 (con relativa fine dei consistenti afflussi di denaro dal Cremlino) in seguito alla disastrosa crisi economica che, investito il colosso russo e svuotate le casse statali di quella liquidità concessa per anni ai partners a tassi d’interesse generosissimi, condusse poi al crollo e disgregamento del blocco sovietico e alla cosiddetta “fine della guerra fredda” e del “bipolarismo”.

L’accordo siglato è di certo una salutare boccata d’ossigeno per l’economia dell’isola, fortemente influenzata da un alto debito pubblico e da un altrettanto alta esposizione debitoria verso altri Stati.

Ma è francamente molto difficile, se non impossibile oltre che ingenuo, avanzare anche solo l’ipotesi che il generoso gesto di Putin sia frutto di una magnanimità che non chieda e non ottenga qualcosa in cambio; e tantomeno pare plausibile quella di un rinnovato sostegno politico alla “rivoluzione socialista cubana”, come si sono affrettati a commentare entusiasticamente i fans del presunto quanto falso “socialismo castrista”.

La realtà, infatti, come sempre, supera ogni “ideologica” immaginazione, e un sano realismo conduce alla necessità di indagare assai più a fondo sulle reali motivazioni di tale generoso e amichevole gesto.

Se fosse vero (4), infatti, che nei profondi mari caraibici vi sarebbero ingentissimi giacimenti offshore di petrolio e gas, è certo che al loro sfruttamento le compagnie petrolifere russe (dalla Zarubezhneft alla più celebre Gazprom) non intendono per nulla rinunciare.

La rivelazione parrebbe attendibile per una serie di fattori: 1) la spietata corsa all’accaparramento delle licenze (peraltro costosissime) per la ricerca e la perforazione da parte delle principali compagnie petrolifere canadesi, occidentali e cinesi (e i relativi accordi già conclusi per l’esplorazione) (5); 2) quanto dichiarato da uno studio del Servizio Geologico degli Stati Uniti (Usgs) già nel 2004 (6); 3) infine le “accalorate” reazioni ed iniziative legislative promosse da alcuni congressisti americani (7) per tentare il discredito e il boicottaggio o, dal lato opposto, per consentire alle imprese petrolifere statunitensi di entrare nella corsa in gioco e poter così usufruire di altrettante golose opportunità.

Un altro dato significativo è stato l’arrivo, nel gennaio 2012, della piattaforma petrolifera d’avanguardia Scarabeo 9 nei mari di Cuba (zona ZEE) – costruita in Cina dall’italiana Saipem (società di Eni costruttrice di infrastrutture per il settore petrolifero) – capace di perforare fino a 3.600 mt di profondità e di ospitare 200 addetti ai lavori tra cui tecnici altamente specializzati di diversi Paesi. Posizionata nelle acque antistanti la capitale cubana, essa ha subito iniziato le perforazioni a 1700 mt di profondità, nel “blocco cubano” denominato Jaguey, a circa 22 miglia dalla costa cubana.

La compagnia petrolifera spagnola Repsol – che gia’ nel 2004-2005 aveva effettuato perlustrazioni e individuato la presenza di un blocco petrolifero definito «con alte aspettative» – se ne era subito aggiudicata l’affitto al salatissimo costo di 15 mln di dollari al mese (oltre 500,000 al giorno). Altre imprese avevano poi contestualmente ottenuto contratti d’affitto per altri blocchi (8).

È più che noto che Cuba è un grosso importatore di energia, e che la sua eccessiva dipendenza dalle importazioni di materie energetiche è oggi principalmente rispetto al vicino Venezuela. Attualmente Cuba consuma 140.000 barili al giorno di petrolio, 92.000 provenienti dal Venezuela e acquistati a un prezzo «politico» (nel 2008, pare, al di sotto dei 30 dollari al barile).

Ciò – ci pare – spiega molto bene come il governo cubano abbia colto al balzo la palla dell’oneroso debito per proporre a Mosca un “ottimo affare”. Il tutto, peraltro, continuando a muoversi molto abilmente anche sul piano delle relazioni e degli accordi con altri partners internazionali, nell’intento di diversificare le necessarie partnership commerciali e poter così condurre a termine la sua massima ambizione: rendersi del tutto autonoma dal punto di vista energetico.

Persino numerosi e quotati analisti borghesi sostengono che la decisione “potrebbe” essere collegata soprattutto alla possibilità per la Russia di mettere le mani sugli ingenti giacimenti petroliferi e di gas al largo delle coste cubane e in tutto il bacino caraibico (già esplorate da Zarubezheft), con colossali ritorni in termini di giri d’affari miliardari sulle quote solitamente spettanti alle compagnie petrolifere incaricate delle perforazioni ed estrazioni.

Noi, armati di sano realismo, non solo non abbocchiamo all’amo della magnanimità gratuita (specie per simili entità debitorie e certi del fatto che nel mondo degli affari capitalistico niente si fa mai per niente) bensì, come sempre, non ci limitiamo semplicisticamente a constatare notizie, ma vediamo di andare oltre ogni supposizione o ipotesi campata per aria per proporre un’analisi più accurata del contesto più generale (geopolitico, strategico, economico e storico) – oltre che di quello più ravvicinato e diretto tra i due Paesi – entro i quali la “storica” e oggi rianimata amicizia Cuba-Urss va senz’altro collocata.

Il tutto per dimostrare e sottolineare in primo luogo il forte dinamismo politico, diplomatico e commerciale (analizzandone origini, modalità e finalità) che, lungi dal coinvolgere soltanto il colosso russo e quello cinese nell’area centro-sudamericana, caratterizza e si esprime già da qualche decennio nella stessa politica castrista (sul piano interno come internazionale), in particolare dalla chiusura dei rubinetti russi del credito facile e a bassissimo costo che consentiva a Cuba di ricevere ingentissimi flussi di denaro dallo storico amico, storicamente molto interessato alla “presenza strategica” di un fedele alleato nel famigerato cortile di casa statunitense.

Cuba e la geopolitica del petrolio

Come dicevamo, Cuba è da sempre un grosso consumatore e importatore di energia. La sua enorme dipendenza dalle importazioni di materie energetiche l’ha sempre resa, specie negli ultimi decenni, parecchio dinamica sul piano delle relazioni, alleanze o partnership commerciali, nell’intento di poter ridurre i costi notevoli sopportati tenendo così sotto controllo la sua bilancia commerciale. Chiaro che per far questo, i suoi governi hanno dovuto sviluppare e affinare le abilità nel contrattare reciproci favori e vantaggi. Ma è soprattutto dalla chiusura dei rubinetti del credito russo, che tale dinamismo si è dovuto orientare necessariamente verso una diversificazione delle partnership commerciali, che in certo qual modo hanno allentato quel carattere privilegiato del precedente rapporto con una “mamma Russia” divenuta peraltro, e per lungo tempo, molto meno generosa rispetto a qualche decennio prima della sua disastrosa crisi economica.

Nel 1958 (prima della cd. “rivoluzione castrista”) gli USA erano anche il primo partner commerciale cubano, acquistando il 74% delle esportazioni dell’isola e fornendo il 65% delle sue importazioni. Con l’attuazione dell’embargo la situazione si capovolse di 180 gradi.

Castro, appena preso il potere, si era subito trovato obbligato, dunque, a cercare dei nuovi fornitori “energetici”, anche in considerazione dell’isolamento internazionale promosso dagli USA (9). Per questo, sin dal 1959 ha cercato di controllare il Venezuela, principale produttore sudamericano di petrolio, e di cercare un’altra sponda in Africa, dove intervenne militarmente in Angola (10) (altro grande produttore di petrolio) per difenderlo dall’aggressione del Sudafrica.

Dal 1960 alla fine degli anni ‘80 l’Unione sovietica fu il principale fornitore di greggio di Cuba: sfruttando l’isolamento de l’Avana promosso da USA e nazioni del blocco “occidentale”, essa iniziò a fornire petrolio ai cubani a prezzi irrisori, guadagnandone l’allineamento sulle posizioni internazionali di Mosca.

Con la implosione dell’impero sovietico (siglata dalla caduta del celebre muro…), la nuova Russia si trovò a dover affrontare condizioni economiche critiche che non le permisero più la precedente generosa politica verso gli alleati del cosiddetto Terzo Mondo. Il gigante dai piedi d’argilla necessitava di divise fresche (afflussi di capitale estero per investimenti e a sostegno del suo export) per sopravvivere e rilanciare la propria agonizzante economia in crisi e non poteva più permettersi di scambiare barili di greggio in cambio di canna da zucchero, come fatto sino ad allora.

Fine dei sussidi russi, embargo e dipendenza energetica pressoché totale dall’estero fu un terrificante mix di fattori che costrinse, gradualmente ma in fretta, i governi cubani a nuove alleanze strategiche: con l’Iran prima, col vicino Venezuela poi e, dalla fine degli anni ‘90 con imprese petrolifere occidentali cui affidare l’esplorazione petrolifera al largo delle sue coste.

Pur finita l’era della guerra fredda, Cuba rimaneva e rimane comunque una preziosa pedina geopolitica strategica fondamentale per i russi (ma non solo) nel “cortile di casa USA”. L’isola metteva (e mette anche oggi) soprattutto a disposizione dei vicini di casa i suoi “saperi” e le sue tecnologie casa – usandoli come merce di scambio – per ricevere in cambio petrolio, avviando contemporaneamente una strategia di più lungo respiro e largo raggio al fine di creare un nuovo asse “antimperialista” (prevalentemente anti USA) con la creazione di un’area di mercato unico centro-sudamericano di libero scambio (il progetto ALBA è solo il più recente), capace di rendere l’area più autonoma e non egemonizzata rispetto alle ingerenze USA, e che possa fare da contraltare alle analoghe ambizioni USA di creare un mercato unico dall’Alaska all’Argentina sotto il suo diretto controllo egemonico (il progetto “alternativo” ALCA). È per questo che Cuba, d’intesa col Venezuela di Chavez, promuove nel 2001 il progetto ALBA nell’intento di dar vita ad un nuovo polo regionale, operante nell’area centro-sudamericana tramite l’integrazione delle politiche economiche, sociali e di difesa dei Paesi dell’area.

Tale ambizioso e complessivo progetto si è, nel tempo, tradotto in diverse iniziative e progetti di integrazione politico-economica, tutte osteggiate e boicottate dagli USA (si ricordi il fallimento del Mercosur), fino a concretizzarsi nella creazione di Alba (nel 2001) e nella più recente nascita della “Nuova Banca dei BRICS”, così è stata definita la Nuova Banca per lo Sviluppo (NdB, New Development Bank) costituita nel luglio di quest’anno al VI Vertice BRICS tenutosi a Fortaleza (11), facendo seguito alla già precedente costituzione del Bancosur nel 2009 ma amplificandone alquanto le funzioni: dal solo finanziamento di opere infrastrutturali congiunte fra i vari Paesi (con un fondo iniziale di 100 mld di dollari) alla concessione di prestiti tramite un fondo di riserva d’emergenza (il Cra, Contingent Reserve Arrangement), anch’esso di 100 mld di dollari, destinato sia a prevenire gli effetti di temute fughe di investimenti stranieri, sia soprattutto a tamponare o compensare eventuali scompensi derivanti da crisi finanziare o valutarie (si pensi al recente caso argentino). Sembra che la Banca sarà operativa e concederà il suo primo “prestito” nel 2016. In occasione del Vertice si è svolto a Brasilia un Forum nel quale si sono discussi affari tra 700 imprenditori provenienti dai paesi dei Brics, con la partecipazione di altri Stati sudamericani che fanno parte di Unasur e della Celac, l’organismo che riunisce la Comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi (tra cui Ecuador e Bolivia)che hanno già da tempo solide relazioni con i BRICS (12).

Con l’Iran Cuba ha scambiato per anni informazioni di intelligence (tramite la base di Lourdes) in cambio di petrolio, oltre a curare la costruzione (in Iran) del più grande centro di ingegneria genetica e biotecnologia della intera regione.

Contemporaneamente Cuba stringe proficui legami col vicino Venezuela, in cambio di forniture di greggio e di prestiti a tassi d’interesse bassissimi e a lungo termine, mettendo a disposizione di Caracas i suoi impianti di raffinazione. Cuba possiede infatti 4 raffinerie di petrolio (la cui capacità complessiva di raffinazione è di 7 milioni di tonnellate l’anno), ma soprattutto un’esperienza più che trentennale (risalente all’epoca sovietica) nella raffinazione per la produzione di combustibili. Ciò fa di Cuba un alleato strategico fondamentale per Chavez e la sua analoga ambizione di creare un nuovo polo di potere in America Latina capace di contrastare la storica ingerenza a stelle e strisce.

I contratti stipulati da Cuba con imprese petrolifere straniere occidentali per l’esplorazione petrolifera offshore hanno come ritorno lo sfruttamento a proprio vantaggio delle capacità tecnologiche europee. Un do ut des formidabile.

Esempio emblematico di traduzione di questa strategia è l’impresa cubano-canadese Energas (che lavora e sfrutta il gas il 95% del gas che fuoriesce dall’estrazione del petrolio) con investimenti per un giro d’affari di 1.250 mln di dollari.

Nelle seguenti dichiarazioni di Raoul Castro tutto il significato della copertura ideologica, in maleodorante “salsa socialisteggiante e antimperialista” (ma a rigoroso “senso unico”…) data all’intera strategia secondo cui: gli investimenti stranieri nel campo petrolifero si manterranno e potranno anche crescere in futuro, «sempre che apportino capitali, tecnologie o mercato che siano utili per lo sviluppo del Paese», e che «si lavorerà con imprenditori seri e su basi giuridiche che preservino il ruolo dello Stato nelle scelte strategiche e il predominio della proprietà socialista».

Non ci è dato comprendere cosa ci sia di “socialista” nell’auspicare “apporto di capitali” e nell’affermare “predomini di proprietà” (seppur “socialista”): investimenti – diciamo noi – comportano impiego di capitali, derivati da estrazione di plusvalore da lavoro salariato e dunque profitti realizzati. Trattasi, forse, di profitti “socialisti”?! – ci chiediamo sarcastici. Di certo sappiamo, per essere marxiani, che tale categoria non e’ contemplata in alcun modo da Marx nell’ambito di un’economia socialista, checche’ ne dica … Baffone!

Ed ecco che, spingendosi persino oltre i toni della ben nota retorica contro l’imperialismo americano, Raoul si premura a dichiarare «benvenute» le imprese statunitensi nelle attività di esplorazione petrolifera nelle sue acque, ben consapevole del vantaggio che ne otterrebbe nello sfruttare le elevatissime capacità tecnologiche USA. Coinvolgimento attualmente impossibile, dato l’embargo USA ancora vigente.

(Per gli smemorati) Le ragioni del cinquantennale embargo unilaterale USA…

Prima del 1959 gli USA controllavano petrolio, miniere, centrali elettriche, telefonia e 1/3 della produzione di zucchero di Cuba.

Preso il potere, Castro procedette alla nazionalizzazione ai danni delle multinazionali statunitensi, rifiutandosi peraltro di elargire loro un indennizzo immediato. È così che gli USA, nel 1962, pongono su Cuba un duro embargo commerciale che dura tuttora, costringendola così a rifugiarsi sotto la “generosa” gonna di Mosca ed ad entrare a pieno titolo nella zona di influenza geopolitica russa.

 

Maverick F.A.

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