Russia e Bolivia potrebbero firmare un accordo su centro di ricerca nucleare

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Si consolida l’asse Russia-Cuba-Nicaragua-Bolivia a sostegno di Maduro che riaccende gli animi comunisti in Sudamerica. Uruguay ed Ecuador restano sorvegliati speciali.

La Russia e la Bolivia potrebbero firmare un accordo per la costruzione di un centro di ricerca nucleare nel paese sudamericano a settembre.

Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov durante la conferenza stampa congiunta con l’omologo della Bolivia, Fernando Huanacuni Mamani, in visita a Mosca.

Per quanto riguarda il centro di ricerca nucleare, abbiamo gia’ stipulato i contratti per i lavori preliminari firmati da Rosatom (impresa statale e corpo regolatore del complesso nucleare russo) e dai suoi partner in Bolivia”, ha detto il capo della diplomazia russa. “Oggi con il ministro (Huanacuni Mamani) abbiamo concordato che le consultazioni continueranno nel prossimo futuro”, ha aggiunto Lavrov, secondo cui ci sono tutte le possibilita’ di firmare il contratto “a settembre, consentendo cosi’ di commissionare le prime strutture del centro nel 2019, come chiesto dalla parte boliviana.

La crisi attualmente in corso in Venezuela dovrebbe essere risolta in modo pacifico senza interferenze esterne, incluso un eventuale intervento militare. Siamo concordi sulla necessita’ di superare rapidamente i disaccordi esistenti in questo paese esclusivamente con mezzi pacifici, attraverso il dialogo nazionale e senza alcuna pressione esterna

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva paventato che Washington fra le varie possibilita’ tiene in considerazione anche una “opzione militare” in Venezuela qualora necessario.

Secondo Lavrov la minaccia del presidente Usa Donald Trump di un intervento militare in Venezuela e’ “inaccettabile ed e’ necessario superare le divergenze in modo pacifico, attraverso il dialogo nazionale e senza ingerenze esterne“.

Il consiglio di Lavrov è molto più che saggio, un intervento USA a questo punto scatenerebbe un conflitto con il nuovo asse Russo-Sudamericano. Infatti l’appoggio più esplicito a Maduro è venuto da Cuba, Nicaragua e Bolivia. Il regime castrista ha detto che «le elezioni per la Costituente di domenica scorsa dimostrano che il popolo venezuelano è pienamente padrone dei suo diritti e della sua sovranità, e che milita con decisione in favore della pace».

Questo significa che mentre Obama era occupato a massacrare civili e destabilizzare il sud-est europa (Ucraina, Moldavia, Libia etc.) in Venezuela la Russia era già un passo avanti e stava lavorando per gli eventi che di lì a poco avrebbero cambiato il paese. Previsione esatta.

Unicamente la Russia si è offerta di concedere prestiti al Venezuela in un momento particolare di frattura sociale ed economica e sta accettando la restituzione del debito sottoforma di petrolio tramite la compagnia Sovcomflot. I russi detengono quasi un sesto dell’intera flotta impiegata da Caracas per esportare il greggio. Si stima che PDVSA (compagnia petrolifera di stato del Venezuela) possegga 31 navi cargo, anche se 8 sarebbero fuori uso. Cinquanta, invece, sarebbero quelle noleggiate da terzi (il doppio dei livelli ordinari), per le quali spende una cifra compresa tra gli 800.000 e il milione di dollari al mese.

 

Il presidente boliviano, Evo Morales, si è congratulato con i venezuelani per la loro «partecipazione democratica» nelle elezioni, e ha criticato altri governi che le hanno respinte, segnalando che «ci vorrebbe una Costituente anche in Colombia o in Messico, una Costituente contro il capitalismo e l’imperialismo».

Il suo collega nicaraguense, Daniel Ortega, ha telefonato personalmente a Maduro per congratularsi per le elezioni.

Dall’Ecuador, invece, il governo di Lenin Moreno -il successore di Rafael Correa, grande alleato del chavismo- ha reagito con toni molto più moderati, limitandosi a sottolineare che è contrario a ogni ingerenza straniera, e che «appoggia e accompagna» qualsiasi «processo di dialogo» che favorisca la pace a Caracas.

Quanto all’Uruguay, la crisi venezuelana ha causato scosse nella coalizione di sinistra al governo: mentre la principale centrale sindacale del Paese e il Partito Comunista si sono allineati completamente sulle tesi di Maduro, il governo non ha voluto esprimersi sulle elezioni per la Costituente, lanciando solo un ennesimo appello al dialogo.

La partita sul Venezuela influirà notevolmente sugli asset geopolitici Globali nel medio termine a favore della Repubblica Federale Russa che grazie al conferimento di Know How ed infrastrutture ne consentirà la ripresa economica

Il Venezuela è la più grande riserva di petrolio al mondo ed è tuttora sfruttata solo in minima parte: la fascia dell’Orinoco, un’area di 54mila chilometri quadrati lungo il corso del fiume omonimo in Venezuela, potrebbe contenerne fino a 1300 miliardi di barili secondo le stime più ottimiste, una quantità quasi pari a quella di tutte le risorse di petrolio convenzionale del globo. Già, perché quello dell’Orinoco convenzionale non è, ma rientra nella categoria – più difficile e costosa da estrarre – dei greggi non convenzionali.

Stessa categoria dello shale oil statunitense, dunque. Ma il petroleo extra pesado venezuelano non gli assomiglia affatto, mentre ha molto in comune con le sabbie bituminose del Canada: come le oil sands, il greggio dell’Orinoco è molto pesante, con una densità che lo colloca tra 4 e 16 gradi nella scala Api, dunque all’estremo opposto rispetto ai greggi leggeri o leggerissimi estratti dalle shale rocks negli Usa.

Il progresso delle tecniche estrattive ha fatto passi da gigante negli ultimi anni e in teoria – utilizzando sofisticati sistemi di riscaldamento del terreno e trivellazione orizzontale – il Venezuela potrebbe recuperare fino al 70% del petrolio dell’Orinoco.

Le sue riserve petrolifere ufficiali – aggiornate nel 2010 – sono già salite a 298,3 miliardi di barili, collocando Caracas al primo posto nella classifica mondiale secondo l’annuario Bp, una delle fonti statistiche più accreditate nel settore: un upgrading che le ha consentito di superare l’Arabia Saudita, che ha 265,9 miliardi di barili di riserve, e il Canada, che grazie alle sabbie bituminose ne ha 174,3 miliardi. Gli Stati Uniti, nonostante tutto il clamore sullo shale oil, sono solo decimi in classifica, con 44,2 miliardi di barili, superati anche da Iran, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Russia e Libia.

Providentia_H

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