Mai fidarsi degli Inglesi: il caso Regeni sia di monito a tutti i giovani universitari che provano ad essere reclutati

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IL SUCCESSO ITALIANO DELL’ENI IN EGITTO E’ STATO REALIZZATO ESCLUSIVAMENTE GRAZIE ALLA PARTNERSHIP RUSSA CON ROSNEFT CHE LAVORA DA ANNI PER L’OTTIMIZZAZIONE DEI RAPPORTI TRA I DUE PAESI NEL SETTORE DEL COMMERCIO E MILITARE STRATEGICO.

II Regno Unito è uno dei principali investitori esteri dell’Egitto e diversi osservatori prevedono la firma di accordi commerciali, incluso il settore dell’industria della difesa.

Tra il 2015 ed il 2017 gli aiuti militari britannici all’Egitto sono aumentati fino a quota 76,3 milioni di euro. In gennaio l’ammontare degli aiuti è stato pari a 12,98 milioni di dollari, cifra salita a 64 milioni nel mese di marzo.

Perchè utilizzando l’interfaccia Universitaria è stato inviato in Egitto un Italiano e non un giovane di altra nazionalità? Forse ai britannici mancano leve inglesi da assoldare per gli assurdi compiti di studi, ricerche o investigazioni? No di certo.

L’obiettivo era quello di mettere contro Italia ed Egitto al fine di danneggiare i rapporti comerciali tra i due paesi. Non c’è più nessun Enrico Mattei da far precipitare in volo, le decisioni oggi provengono da reti complesse non più verticistiche, quindi le sinergie franco-inglesi mirano a spartirsi la torta egiziana estromettendo l’Italia, così come è già accaduto in Libia. 

A Celebration Of Giulio Regeni, One Year After His Death

Analizzando i comportamenti tenuti dal Governo Britannico sulla scena internazionale possiamo affermare tranquillamente che l’istinto destabilizzatore inglese non si è placato, anzi, la politica estera oltremanica prosegue sul binario che la contraddistingue storicamente per la capacità di creare incidenti diplomatici tesi a concretizzare conflitti tra governi e gruppi di potere al fine di trarre vantaggi economici e d’influenza.

Questo è quanto accaduto anche in Egitto

Secondo l’analisi di Providentia, la motivazione per la quale è stato scelto un giovane italiano da inviare tra gli artigli di feroci assassini è strettamente connessa ai seguenti fattori:

  1. il ruolo dell’Eni in Egitto
  2. il rapporto di dipendenza energetica tra Egitto, Riad e Monarchi Sauditi
  3. il rapporto tra questi ultimi ed il Regno Unito
  4. le notizie passate ai servizi Egiziani deviati
  5. i movimenti registrati di Francia ed Inghilterra a seguito del ritiro dell’ambasciatore italiano

Procediamo con ordine

30 agosto 2015

Eni scopre nell’offshore egiziano il più grande giacimento a gas mai rinvenuto nel Mar Mediterraneo

Eni ha effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano del Mar Mediterraneo, presso il prospetto esplorativo denominato Zohr. Il giacimento supergiant presenta un potenziale di risorse fino a  850 miliardi di metri cubi di  gas in posto e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Zohr rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo. Eni svolgerà nell’immediato le attività di delineazione del giacimento per assicurare lo sviluppo accelerato della scoperta che sfrutti al meglio le infrastrutture già esistenti, a mare e a terra. L’Amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, si è recato nelle scorse ore al Cairo per aggiornare il Presidente egiziano,  Abdel Fattah Al-Sisi, su questo importante successo, e per parlare della nuova scoperta con il Primo Ministro del paese, Ibrahim Mahlab, e con il Ministro del Petrolio e delle Risorse Minerarie, Sherif Ismail.

5 novembre 2015

Al Sisi, un egiziano a Londra

Colloqui in corso del presidente con il governo britannico: in gioco la sorte di Morsi e la soluzione della crisi libica

Un intervento in Libia. A chiederlo alla Nato, per evitare che il paese nordafricano si trasformi in una nuova Siria, è quanto chiede il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi in un’intervista concessa al quotidiano britannico “Daily Telegraph” prima della sua visita a Londra, dove incontrerà il premier David Cameron.

“La Libia è un pericolo per tutti noi. Se non si forma un governo ci sarà un vuoto di potere dove gli estremisti possono prosperare”, ha detto al Sisi. Il capo dello Stato egiziano ha esortato tutti i membri della Nato che hanno contribuito a rovesciare Muhammar Gheddafi a “sostenere qualsiasi sforzo per aiutare il popolo libico e l’economia libica”. Il presidente ha spiegato che è necessario “fermare il flusso di denaro e di armi agli estremisti, oltre che di combattenti stranieri”. Un messaggio chiaro, che evita di mettere il dito nella piaga delle origini della destabilizzazione libica, nata proprio con gli interventi voluti da Francia e Gran Bretagna, ad inaugurare la sua visita nel Regno Unito. Il programma della visita non è stato reso noto per motivi di sicurezza, ma secondo il ministro degli Affari Esteri britannico, Tobias Ellwood, “le discussioni con il presidente al Sisi riguarderanno una vasta gamma di questioni di comune interesse, tra cui il commercio e la sicurezza“. E non è affatto escluso che posa anche riguardare la sorte dell’ex presidente Morsi, condannato a morte dalle autorità egiziani.

L’IRA INGLESE PER IL SUCCESSO ITALIANO

II Regno Unito è uno dei principali investitori esteri dell’Egitto e diversi osservatori prevedono la firma di accordi commerciali, incluso il settore dell’industria della difesa. Lo scorso 3 ottobre, 44 parlamentari britannici hanno firmato una mozione per chiedere al governo di revocare l’invito ad al Sisi, accusato di aver orchestrato un colpo di Stato contro Morsi e di “violazioni dei diritti umani” contro gli oppositori. Nel corso delle ultime settimane Londra e Il Cairo hanno intensificato i loro colloqui in ambito militare inerenti alla situazione in Medio Oriente e alla guerra al terrorismo.

Ancora, una delegazione militare del Regno Unito, guidata dal capo di stato maggiore per le operazioni presso l’esercito britannico, è giunta lo scorso mese al Cairo per una visita di due giorni. Lo scorso 18 settembre il ministro della Difesa britannico Michael Fallon aveva confermato il sostegno del suo paese all’Egitto. A giugno, poco dopo la condanna a morte comminata a Morsi, il portavoce del premier britannico aveva annunciato l’intenzione da parte di Londra di tenere colloqui con il presidente al Sisi non solo sui rapporti bilaterali tra i due paesi, ma anche sulle questioni regionali. Nei primi tre mesi del 2015 gli aiuti militari britannici all’Egitto sono aumentati fino a quota 76,3 milioni di euro. In gennaio l’ammontare degli aiuti è stato pari a 12,98 milioni di dollari, cifra salita a 64 milioni nel mese di marzo.

8 dicembre 2015

Gli ufficiali degli apparati di sicurezza egiziani che hanno tenuto sotto controllo Giulio Regeni a partire dall’8 dicembre del 2015 e almeno fino al 22 gennaio 2016. Ne è convinta la Procura di Roma che ha inoltrato una nuova rogatoria alla Procura generale egiziana, nell’ambito delle indagini sulle torture e l’omicidio del 28enne ricercatore di origine friulana scomparso al Cairo il 25 gennaio del 2016 e trovato morto il 3 febbraio successivo lungo la strada che collega la capitale egiziana ad Alessandria.

8 aprile 2016

Il Partito Democratico abocca e su suggerimenti veicolati dagli stessi inglesi che godono di pesanti entrature nelle istituzioni italiane, effettuano la pessima scelta di richiamare l’ambasciatore.

Scelta fallimentare che successivamente si rivelerà essere stata un boomerang, sia perchè suggerita proprio dalla controparte nella contesa (Regno Unito) e sia perchè successivemante, quando si deciderà di rimandare l’ambasciatore al suo posto, si solleveranno un mare di critiche e polemiche che contribuiranno ad abbattere ulteriormente il consenso elettorale del partito dei gessetti colorati LGBT, delle immigrazioni e delle ONG.

“Roma ha deciso di agire richiamando l’ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari”

Precipita la situazione diplomatica tra Italia ed Egitto in seguito alla morte di Giulio Regeni, rapito, torturato barbaramente e ucciso al Cairo.

La decisione è stata presa dopo il sostanziale fallimento del vertice tra i due paesi per far luce sul caso. In un comunicato diramato dalla Procura di Roma è infatti emersa la forte delusione di inquirenti e investigatori, che hanno viste rifiutate in toto le richieste avanzate per rogatorio lo scorso 8 febbraio.

COME SEGNALATO DA FONTI LOCALI EGIZIANE, POCO DOPO IL RICHIAMO DELL’AMBASCIATORE ITALIANO, FRANCIA E REGNO UNITO RENDONO LE PROPRIE INTENZIONI PALESI EFFETTUANDO NOTEVOLI PRESSIONI SUL GOVERNO EGIZIANO PER L’INGRESSO NEL BUSINESS DEL GAS.

Regno Unito e Francia considerano ancora l’Egitto come una colonia congiunta, la storia invece gioca a favore della penisola italiana.

Estratto storico

La costosa guerra contro l’Etiopia lasciò l’Egitto in una pesante situazione debitoria nei confronti delle Potenze europee, che approfittarono di tale situazione per strappare concessioni a Ismāil. L’inevitabile crisi finanziaria che ne seguì costrinse il Khedivè, non potendo ottenere più alcun prestito, a cedere le sue quote di proprietà della Compagnia del Canale di Suez nel 1875 al governo britannico che acquistò le quote del chedivè della Compagnia francese del canale di Suez nel 1875, divenendone quindi il controllore ed ebbe come conseguenza l’avvio delle pesanti ingerenze della Corona britannica e della Francia; la preoccupazione di francesi e britannici portò alla creazione del condominio anglo-francese sull’Egitto.

Ismāil tentò di porre fine alla predominanza europea e, per i suoi sforzi finalizzati all’ottenimento dell’indipendenza economica dalle potenze europee, divenne molto impopolare presso i diplomatici francesi e britannici, tra i quali Evelyn Baring e Alfred Milner, che lo accusarono di “portare alla rovina l’Egitto”. Ismāil non fece sforzi per riconciliarsi con le potenze europee che pure facevano pressione sul sultano ottomano perché lo rimuovesse dalla sua posizione

Nel 1879, sfruttando l’estrema debolezza del dominio turco e la situazione finanziaria del Khedive Isma’il Pascià, giustificando il tutto con la necessità di proteggere gli investimenti europei nella zona del Canale di Suez, che era stato aperto nel 1871, il Regno Unito e la Francia obbligarono l’Egitto a nominare Primo ministro Nubar Pascià e due loro esperti alla guida dei dicasteri delle Finanze e dei Lavori Pubblici, il britannico Charles Rivers Wilson come ministro delle Finanze e il francese Ernest-Gabriel de Blignières come ministro dei Lavori Pubblici. Un simile controllo del Paese fu avvertito come inaccettabile da molti Egiziani, che si unirono al Colonnello ʿOrābī Pascià. La cosiddetta “Rivoluzione di ʿUrābī” incendiò l’Egitto.

4 aprile 2017

Theresa May vola a Riad per assicurarsi su come procedano i rifornimenti di armi e per cercare di chiudere il cerchio intorno all’affaire egiziano

ma pare che l’Arabia Saudita abbia perso appeal dopo la caduta di Morsi, l’ex presidente condannato all’ergastolo, colpevole di avere rivelato segreti di Stato al Qatar nel corso dello stesso processo in cui altri sei accusati sono già stati condannati a morte, accusati di avere sottratto documenti legati alla sicurezza di Stato.

La manipolazione della stampa europea ha deviato l’attenzione dal vero obiettivo del viaggio della May in Arabia Saudita sul dettaglio che non ha indossato il velo, prassi ormai consolidata per i leader occidentali e che quindi non avrebbe dovuto destare nessuna sorta di scandalo nel 2017.

DUNQUE, PER SCOMODARSI IL PRIMO MINISTRO INGLESE, LA POSTA IN GIOCO E’ ALTISSIMA!

Il Telegraph ricorda che, diritti civili a parte, l’incontro serve piuttosto a saldare ancora di più i rapporti finanziari tra i due paesi (Riad è per Londra il primo partner commerciale in medio oriente). Ma resta il fatto che quando nel 1985 l’allora premier Margaret Thatcher si presentò a Riad in visita ufficiale indossò un cappellino scuro per coprire i capelli e un abito lungo, estremamente compìto. Stessa etichetta rispettata negli anni anche dalla famiglia reale britannica.

Nei suoi incontri bilaterali con la casa reale, May dovrà affrontare anche altre questioni delicate: dal tentativo di convincere Riad a quotare alla Borsa di Londra la Compagnia petrolifera nazionale fino alla guerra allo Stato islamico. E alle critiche sollevate dall’opposizione laburista anche alla vigilia del viaggio in Arabia Saudita (il partito guidato da Jeremy Corbyn contesta al governo di vendere a Riad armi che poi vengono impiegate contro i civili nella guerra in Yemen), la premier ribatte con fermezza, in terza persona:

La dottrina May in politica estera: “ogni cosa che facciamo è nel nostro interesse nazionale. E’ nel nostro interesse avere buone relazioni con tutti e per questo facciamo affari con chiunque nel mondo“.

15 agosto 2017

L’Italia rimanda il suo ambasciatore al Cairo

Tra molte critiche: il precedente era stato richiamato più di un anno fa per la scarsa collaborazione dell’Egitto nelle indagini sull’uccisione di Giulio Regeni

Le manovre scomode e più influenti nei palazzi del potere come insegna la vecchia DC si fanno ad Agosto, sia perchè le sostituzioni dovute alle ferie estive consentono di far viaggiare provvedimenti a firma di chi fa le veci delle veci, sia perchè l’italiano medio è troppo impegnato a leggere Il Corriere della Sera o peggio ancora La Repubblica sulla spiaggia. Peccato che i mezzi d’informazione abbiano subito un leggero cambiamento rispetto al ventennio in cui si sono formati gli attuali ragazzi democratici.

L’Italia aveva richiamato il suo ultimo ambasciatore in Egitto, Maurizio Massari, un anno e quattro mesi fa, a causa della scarsa collaborazione delle autorità egiziane nelle indagini sulla morte di Giulio Regeni, dottorando di 28 anni ucciso al Cairo all’inizio del 2016 in circostanze ancora poco chiare. Il governo italiano aveva accusato in molte occasioni le autorità egiziane di nascondere elementi di indagine. Diverse inchieste giornalistiche avevano inoltre mostrato come il governo egiziano o alcune sue parti fossero in realtà coinvolte nell’uccisione di Regeni, che in Egitto stava facendo delle ricerche sui sindacati indipendenti dei venditori di strada, considerati una minaccia dal presidente egiziano Fattah Abdel al Sisi (qui la versione lunga della storia). Per questi motivi la decisione del governo italiano di rimandare l’ambasciatore italiano al Cairo, seppur non completamente inaspettata, è stata contestata da diverse parti, tra cui i genitori di Regeni.

21 agosto 2017

Egitto, ministro del Petrolio: “Eni è partner strategico”

L’Eni è un partner strategico nel settore petrolifero“. E’ quanto ha dichiarato in una nota il ministro egiziano del Petrolio e delle Risorse Minerarie, Tarek El Molla, sottolineando come ciò che è stato realizzato nel mega giacimento offshore di gas naturale di Zohr, scoperto da Eni ad agosto del 2015, “è un modello di successo, secondo gli standard mondiali, di cooperazione nel settore dell’industria del petrolio”.

In occasione dell’assemblea generale di Petrobel, joint-venture paritetica tra International Egyptian Oil Company (Ieoc) e la società di Stato Egyptian General Petroleum Corporation (Egcp), e Petro Shorouk, la joint venture tra Egcp ed Eni per lo sfruttamento del giacimento di Zohr, El Molla ha spiegato che “questo progetto rappresenta la più grande sfida di cambiamento del futuro dell’industria del gas naturale in Egitto e nella regione, poiché lo sviluppo del giacimento porterà a un incremento della produzione e a coprire una parte del consumo locale“.

Il ministero ha precisato che “fino ad agosto è stato realizzato l’83,5% dei lavori previsti nel giacimento e a tutt’oggi sono stati investiti quattro miliardi di dollari. Il lavoro procede in modo parallelo in tutte le direzioni – si legge nella nota – allo scopo di accelerare il collegamento dei pozzi della prima fase di produzione entro la scadenza prevista“.

In particolare, al momento “sono stati scavati 7 pozzi, dei quali è stata accertata la produttività“, prosegue la nota, sottolineando che “sono stati intensificati i lavori per realizzare la centrale per il trattamento a Port Said e che è in preparazione la piattaforma marittima di controllo del giacimento in modo tale che sia pronta ad entrare in funzione “al momento opportuno.

LA FILOSOFIA BRITANNICA

I servizi segreti sono strutturati alla specifica finalità di proteggere gli interessi nazionali del proprio singolo Paese. Ciò comporta che essi interagiscano fra loro in termini offensivi o difensivi secondo le circostanze. Quando le politiche di due o più Stati convergono fra loro si instaurano anche forme di coordinamento fruttuose. Ma l’esercizio corretto del ruolo richiede sempre una riserva di pregiudizio a favore del proprio Paese, che gli inglesi riassumono nel loro celebre “right or wrong, my country”. Modello diventato nel tempo ancora più stringente, di pari passo con l’evoluzione progressiva dell’opera d’intelligence sul terreno di quello che per brevità si definisce spionaggio economico-industriale.

Già da questo scenario istituzionale risulta evidente quanto possa essere complicato realizzare che i vari servizi europei operino in piena e leale collaborazione fra loro nella lotta al terrorismo ma restando poi liberi di darsi battaglia quando si tratti di affari strategici. Tanto più se la concorrenza su questi ultimi riguarda aree geopolitiche — dal Nord Africa al Medio Oriente — nelle quali le minacce terroristiche si alimentano e convivono con lo sfruttamento del petrolio e del gas. Risorse energetiche di cui l’intera Europa è seriamente deficitaria e che perciò sono da sempre al centro di una dura guerra intestina d’interessi fra i Paesi dell’Unione, mai apertamente dichiarata e però sempre combattuta, in particolare proprio attraverso i servizi d’intelligence.

Poiché nessuno può immaginare di costruire una casa partendo dal tetto, ne consegue che un’efficace integrazione operativa fra i servizi segreti dei singoli Paesi richiede a monte che il Consiglio dei governi nazionali si decida fare una scelta finora da tutti più o meno aborrita. Quella di far cessare la sotterranea guerra civile in atto in materia di gas e petrolio concordando una strategia energetica comune. Tale, insomma, che l’Unione possa presentarsi sui mercati come interlocutore unico per conto di tutti i suoi membri. Allo stato, purtroppo, ancora un miraggio in un’Europa nella quale — per fare due esempi lampanti — il presidente Macron vuole farsi da solo gli affari suoi in Libia o la cancelliera Merkel intima alla Commissione Juncker di starsene alla larga dai suoi traffici per il gas russo o degli inglesi che tentano di estromettere l’Italia dagli impianti egiziani. Si tratta, insomma, di uno di quei maledetti casi in cui la soluzione è in realtà il problema.

Providentia_H

 

 

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