La regia anglosassone: Il genocidio dei Rohingya spiana la via agli Usa in Myanmar

Dietro il genocidio ai danni dei Rohingya, c’è una manovra di Arabia Saudita ed Israele per favorire la presenza Usa sui confini cinesi.

Al momento, la situazione della minoranza musulmana che vive nello Stato del Rakhine in Myanmar è all’attenzione della stampa internazionale: da sempre sottoposta a discriminazioni e privata di ogni diritto o servizio di base, è oggetto di sistematiche persecuzioni da parte dei nazionalisti buddisti; debole e piccola, circa 1,1 milioni di appartenenti, è la vittima perfetta. Secondo rapporti confermati dall’Onu, la nuova ondata di violenze scoppiata il 25 agosto ha provocato centinaia di morti e la fuga in Bangladesh di circa 150mila profughi, stando alle stime destinati almeno a raddoppiarsi in poco tempo.

Quello che sta avvenendo nel Rakhine a danno dei Rohingya è un genocidio per come definito dal diritto internazionale; a perpetrarlo non è solamente l’Esercito birmano, a commettere le peggiori violenze, come detto, sono gruppi organizzati di nazionalisti, in larga parte sostenitori dell’attuale Cancelliere di Stato Aung San Suuu Kyi, che hanno una lunga storia di violenze nel Myanmar; non a caso, al momento della vittoria di Suu Kyi, erano in molti a prevedere lo scoppio di persecuzioni a danno dei Rohingya, visti come estranei al Paese.

Su questa situazione, si sono però innestate manovre esterne per sfruttarla: l’ondata di violenze scatenata dalle Forze di Sicurezza birmane e dai gruppi di estremisti nazionalisti è stata innescata ufficialmente da una serie di attacchi a caserme, villaggi e personalità di spicco portati a segno da un nuovo gruppo terroristico finanziato (e manovrato) dall’Arabia Saudita. Da quanto appreso nei campi profughi e sul territorio, esso non è rappresentativo dei Rohingya del Rakhine più di quanto l’Isis o al-Qaeda lo siano della popolazione di Siria ed Iraq, ed anche meno.

Riyadh sta cercando di suscitare un terrorismo nel Myanmar, sfruttando la persecuzione esercitata sui Rohingya come paravento, per fornire il pretesto di una presenza militare Usa in uno Stato che confina con la Cina, e che ha per essa un’importanza strategica. È il medesimo schema usato in Siria ed Iraq.

Il posizionamento di truppe Usa nel Sud-Est asiatico è un obiettivo più che mai primario di Washington, e l’irrompere sulla scena del terrorismo di matrice islamica ne è il classico pretesto; lo si è visto recentemente nella Filippine, dove l’improvvisa apparizione dell’Isis ha spinto il presidente Duterte a riavvicinarsi agli Usa. Il rischieramento di truppe americane in Paesi strategici del Sud-Est asiatico è una proiezione di potenza funzionale agli interessi dello Zio Sam, intesa da un canto a condizionare gli Stati che le ospitano, dall’altro a circondare e contenere la Cina.

In questa operazione gioca un ruolo anche Israele: la notizia “pompata” e fatta circolare dai media che è Tel Aviv ad armare i militari birmani è una montatura per infiammare il mondo musulmano e creare lo scenario adatto alla provocazione ordita da Washington; Israele vende armi in tutto il globo, il suo contributo all’armamento dell’Esercito del Myanmar, che nella stragrande parte proviene da Cina e Russia, è irrisorio.

Anche la comparsata dell’entità sionista fa parte di un copione che si è già visto quando, nel 2011, si è vociferato che sosteneva Mubarak e Gheddafi, per criminalizzarli agli occhi del mondo musulmano, contribuendo ad avvelenare le opinioni pubbliche nei confronti di regimi che gli Usa e i suoi alleati cercavano di rovesciare. Una tattica collaudata che viene ora ripetuta in Myanmar.

In questo gioco, le Istituzioni internazionali, e l’Onu in testa, svolgono un ruolo ancillare agli interessi Usa, come d’altronde si è già visto in tutte le altre crisi, dalla Siria, alla Libia, all’Ucraina, e si accingono a farlo adesso con i Rohingya.

La stessa Aung San Suu Kyi, che pur non essendo formalmente Presidente lo è nei fatti con il titolo di “Cancelliere di Stato”, è funzionale agli interessi Usa e non da ora. Il suo Premio Nobel per la Pace è il frutto della lobby anglosassone che intendeva porre a capo del Myanmar una persona di fiducia, e in questo modo le ha creato prestigio e credibilità internazionale. La base del suo blocco di potere è costituita da nazionalisti razzisti che sono i principali autori delle violenze sui Rohingya, e il deprecato “silenzio” sul genocidio che si configura nel Rakhine è complicità con chi le ha permesso di andare al potere.

La regia anglosassone di questa ennesima tragedia ha favorito in tutti i modi i nazionalisti, nella piena consapevolezza che così facendo si sarebbe scatenata la persecuzione contro i Rohingya, capri espiatori del malcontento popolare. Al contempo, l’Arabia Saudita ha introdotto nel Rakhine il terrorismo, fatto apparire come una sfida della minoranza musulmana allo Stato.

Una situazione che ha esasperato le violenze, e che gli Usa sfruttano con l’aiuto della comunità internazionale per far accettare sia ai militari birmani che al Governo di San Suu Kyi la presenza di truppe Usa e una sorta di tutela politica che ciò comporta.

Come detto, l’obiettivo finale è contrastare gli enormi interessi cinesi nel Paese; per Pechino il Myanmar costituisce un’essenziale snodo infrastrutturale della Belt and Road Initiative (Bri, ovvero le Nuove Vie della Seta), destinato a far scavalcare ai suoi traffici vitali gli Stretti di Malacca e il Mar Cinese Meridionale, sede di crescenti tensioni e controllati dall’Us Navy e dalle Marine alleate. A questo tendono i massicci investimenti cinesi in porti, dighe, strade, ferrovie, oleodotti, e non è affatto un caso che il porto di Sittwe, sviluppato dalla Cina, si trovi proprio nello Stato del Rakhine, nel cuore della crisi che sta crescendo.

Gli Usa, con l’aiuto dell’Arabia Saudita ed Israele, stanno creando sulla pelle dei Rohingya una narrazione che distragga l’opinione pubblica dai veri obiettivi geopolitici che intendono raggiungere creando e ampliando la crisi: costringere il Myanmar ad aprirsi agli Usa e bloccare gli interessi cinesi.

di Salvo Ardizzone

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