Energia: il Giappone da apripista a ritardatario nella riduzione delle emissioni inquinanti

Energia: il Giappone da apripista a ritardatario nella riduzione delle emissioni inquinanti Tokyo

Il Giappone, ritenuto a lungo uno dei paesi dagli standard di tutela ambientale piu’ avanzati al mondo, alla prova dei fatti appare oggi in ritardo rispetto a diversi altri paesi industrializzati nella transizione verso fonti di energia rinnovabili come eolico e fotovoltaico.

Il settore energetico giapponese sta diventando anzi piu’ “sporco”, per effetto dell’arresto delle centrali nucleari dopo il disastro di Fukushima, nel 2011, e il conseguente aumento della dipendenza nazionale dagli idrocarburi. Stando ai dati diffusi dall’Agenzia internazionale per l’Energia (Aie), nel 1990 le centrali elettriche giapponesi emettevano 452 grammi di gas serra per ogni kilowatt-ora di energia, meno di qualunque altro paese tranne la Francia, a sua volta dotata di un massiccio comparto nucleare; quello stesso anno, paesi come Regno Unito e Germania si aggiravano attorno ai 600-700 grammi per kilowatt-ora.

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Un quarto di secolo piu’ tardi, nel 2014, i rapporti si sono invertiti: le principali economie europee hanno ridotto le emissioni a 4-500 grammi per kilowatt-ora, la Francia si e’ spinta ancora piu’ vicina allo zero, mentre il Giappone ha visto aumentare le proprie emissioni a 556 grammi.

Anche le emissioni di anidride carbonica del Giappone per unita’ di Pil si sono mantenute sostanzialmente stabili per decenni, mentre quelle di Europa, Stati Uniti e Cina hanno esibito un calo progressivo.

Le due crisi petrolifere degli anni Settanta del secolo scorso hanno costretto il Giappone ad anticipare le altre economie avanzate nell’adozione di misure di risparmio dell’energia, e nell’arco di vent’anni l’industria della Seconda economia asiatica ha aumentato la propria efficienza energetica del 40 per cento.

Dagli anni Novanta, pero’, il progresso si e’ sostanzialmente arrestato. Secondo Junko Ogawa, ricercatrice dell’Istituto sulle economie energetiche giapponesi, intervistata dal quotidiano “Nikkei”, “lo yen forte ha stabilizzato i prezzi delle risorse, riducendo l’impulso a conservare energia”.

Negli ultimi anni, inoltre, le aziende giapponesi hanno anche spostato all’estero i loro stabilimenti produttivi, e cio’ ha ridotto la priorita’ degli investimenti domestici per il risparmio energetico.

Il Giappone non sembra nemmeno interessato a tenere il passo di altri paesi nel processo di abbandono dei combustibili fossili, ed e’ “assai in ritardo nell’introduzione delle energie rinnovabili”, secondo Eiichiro Adachi, membro dello staff consultivo dell’Istituto di ricerca del Giappone.

Fonti rinnovabili come l’idroelettrico hanno generato nel 2014 appena il 6,5 per cento del totale dell’energia giapponese, contro il 24,5 per cento della Germania e il 18,5 per cento del Regno Unito.

L’inadeguatezza delle politiche di incentivo alle rinnovabili introdotte da Tokyo ha rallentato i processi di standardizzazione e la diffusione del comparto delle rinnovabili, che altrove hanno contribuito a standardizzare i processi produttivi e le procedure di installazione, abbattendo cosi’ i costi di costruzione degli impianti.

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